Zorro e il Bruco

zorrobruco

di Silvia Marchesa-Rossi
in collaborazione con le operatrici
Fabia Antonioli,
Milena Magatelli,
Monica Trinca Rampelin,
Lilia Andreola

gli ospiti dei Centri Diurni per Disabili di Livigno e Valfurva
e Casa Alloggio di Valdisotto (SO)

Silvia Marchesa-Rossi: dopo il diploma conseguito all’Ohashi Institute nel 1989, ha fondato e dirige dal 1992 il Centro Ohashiatsu® Milano in qualità di Senior Certified Ohashiatsu® Instructor, presso l’associazione Il Vaso di Pandora. Ha tradotto diversi testi di agopuntura, shiatsu e qi gong ed è autrice di Zen-Stretching®, il libro e le carte per esercitarsi, ed. Il Castello, Milano.

Fabia Antonioli: dopo l’abilitazione magistrale ha iniziato a lavorare come educatrice nel C.S.E. di Livigno nel 1983, conseguendo il titolo di educatore professionale nel ’91. Dopo la seconda maternità ha ridimensionato il suo tempo di lavoro nel Centro, e da allora lavora a part-time.

Milena Magatelli: ha iniziato a lavorare nel C.S.E. nell’autunno del ’93, assunta a part-time per una sostituzione. Quella che sembrava essere un’occasione casuale è invece diventata la sua professione, a cui è approdata dopo varie esperienze lavorative, come segretaria e albergatrice. Appassionata di attività sportive, applica anche questa sua competenza nel lavoro con i disabili.

Monica Trinca Rampelin: dopo l’impiego per tredici anni nel settore turistico, ha cominciato a lavorare per i servizi sociali come assistente domiciliare per portatori di handicap; nel frattempo ha conseguito la qualifica di ausiliaria socio assistenziale e dal 2002 è inserita nella Comunità Alloggio “La Sorgente” di Valdisotto.

Lilia Andreola: lavora da diversi anni come caposala presso il Distretto di Bormio e Livigno. Dal 1997 ha iniziato il Programma Ohashiatsu e dal 2002 si dedica all’Amministrazione pubblica in qualità di Assessore alle politiche sociali della Comunità Montana Alta Valtellina.

INTRODUZIONE
Quando il signor Del Regno, Presidente del Comitato Festa della Solidarietà dell’Alta Valtellina mi chiese, molto opportunamente dal suo punto di vista, in che cosa pensavo che l’Ohashiatsu® potesse essere utile alle persone disabili, confesso che rimasi un po’ incerta su cosa rispondere. L’occasione: Aprile 2003; serata di presentazione del Programma Ohashiatsu® a educatori e familiari di utenti dei Centri Socio Educativi e Casa Alloggio dell’Alta Valtellina. Mi trovavo là, di fronte a una sala piena di persone incuriosite dalla proposta e dal nome strano – Ohashiatsu®. Ero stata invitata a fare questa presentazione da una mia allieva, Lilia Andreola, che dopo aver frequentato quasi tutti i corsi del Programma Ohashiatsu® proposti nella mia associazione, Il Vaso di Pandora di Milano, aveva cominciato a dedicarsi alla vita politica della sua zona, partecipando alle elezioni comunali di Valfurva. In quel momento rivestiva la carica di Assessore alle politiche sociali e in questa veste era stata incaricata di individuare dei modi per sostenere l’interesse e la formazione professionale delle persone che dedicano il loro lavoro ai disabili in qualità di educatori, ASA o volontari, con corsi di formazione o attività di complemento a quelle tradizionalmente già presenti nel loro curriculum formativo. La sua idea di proporre il nostro Programma di studi come percorso di formazione mi aveva colpita e subito entusiasmata, perciò mi ero presentata all’assemblea per spiegare in termini teorici e pratici in che cosa consiste l’Ohashiatsu®. La mia lunga esperienza mi garantiva una certa tranquillità nella presentazione, ma confesso che nel campo specifico del trattamento di persone disabili non avevo delle competenze consolidate. I miei ricordi risalivano alla formazione come insegnante elementare, molti anni prima, con qualche visita a centri per disabili, oppure ai racconti di un’allieva di Ohashiatsu® che mi parlava di quanto il trattamento fosse gradito a suo fratello, affetto da sindrome di Down, tanto che lui stesso aveva cominciato a praticarlo, per imitazione, alle sue educatrici. In quell’occasione, dunque, risposi, molto onestamente, che non lo sapevo, ma che c’erano tutte le premesse perché una tecnica basata sul contatto corporeo, non invasiva, volta a riportare rilassamento, armonia ed equilibrio sia in chi la pratica che in chi la riceve, avesse una buona accoglienza (premessa questa necessaria) e possibilmente effetti positivi sulle persone disabili, come su ogni altra persona. Certo non era pensato specificamente per i disabili, ma aveva nella sua stessa concezione caratteristiche che lo rendevano immediatamente una possibile via per comunicare in modo semplice, diretto e benefico con chiunque. “Comunicazione attraverso il tocco”, come viene definita dal suo ideatore, Ohashi, piuttosto che “terapia corporea”; importante quindi l’atteggiamento e la proposta: non già “ti guarisco”, ma “comunico con te”, “mi metto in gioco muovendomi insieme a te, a contatto”. Spiegai a parole, ma passai presto alla dimostrazione pratica, chiedendo a qualche volontario del pubblico di sottoporsi a un breve trattamento dimostrativo che illustrasse alcuni dei movimenti che nell’Ohashiatsu® eseguiamo con la persona che riceve questa tecnica corporea stando sdraiata su un materassino, o futon, a terra. Dopo la dimostrazione arrivarono alcune domande e, soprattutto, una proposta di una signora: perché non provavo a fare il trattamento a sua figlia? Era una ragazza di vent’anni, Down, contenta di provare con me. Una situazione difficile per entrambe, di fronte a questo pubblico curioso, anche se rispettoso, senza esserci mai conosciute né preparate prima. Da parte sua qualche risatina irrefrenabile, a indicare l’imbarazzo e la curiosità. Da parte mia il non sapere da dove cominciare per metterla a proprio agio. Meglio a pancia in giù, così si sente più protetta e raccolta; inizio a passare le mani sulla schiena, ma vuole vedere, partecipare, non starsene lì senza sapere. Allora ecco che mi torna alla mente quel che avevo sentito in passato sulla grande abilità nell’imitare, propria delle persone Down; dunque le propongo di fare insieme alcuni esercizi che nell’Ohashiatsu® utilizziamo come allenamento per noi ma anche come forma di diagnosi pratica delle persone che trattiamo: i sei esercizi di base, cosiddetti Makko Ho . Volentieri mi segue, eseguendoli molto meglio di me, con grande scioltezza e divertimento; saprò in seguito che Nadia è una provetta sciatrice e tutto quanto attiene al movimento è di grande interesse per lei, quindi è stata una buona idea: ci siamo incontrate su un terreno comune. Da quella serata partì la programmazione in Alta Valtellina delle attività che compongono il Programma Ohashiatsu®: corsi teorico pratici composti da una parte di spiegazione e studio, una di lavoro su di sé inteso come ginnastica, ma anche rilassamento, autoascolto, meditazione e una di pratica a coppie per imparare man mano come interagire a contatto con un’altra persona. Ore di pratica guidata in cui acquisire progressivamente la manualità e la fluidità necessarie per muoversi senza fatica nell’eseguire le tecniche. Esercitazioni e seminari di approfondimento per dare un significato preciso a termini, gesti e posture di origine lontana, dalla medicina tradizionale cinese alla pratica del Makko ho, alla postura in seiza, seduti sui talloni. Zen-Stretching® per imparare a sentire su di sé lo scorrere dell’energia vitale lungo i meridiani studiati in teoria, ma difficili da percepire se non si sa che cosa cercare. E poi spedizioni di gruppo per partecipare ai corsi che non era possibile trasferire in Valtellina: la Diagnosi Orientale con Ohashi, Anatomia 1 e 2, “Ohashiatsu® per la vita quotidiana”, altro seminario pratico con Ohashi. Fino ad arrivare al Quinto Livello del Programma, il I (foto PRIME 005) Avanzato, in cui si chiede agli studenti di portare in classe il resoconto di esperienze pratiche fatte con vari pazienti. Ero molto curiosa, nel maggio 2005, quando preparavo questo corso: finalmente avrei avuto dei resoconti più precisi delle poche informazioni verbali precedenti, su come l’Ohashiatsu® veniva interpretato nella specifica realizzazione insieme a utenti disabili. Ed ecco che mi trovai di fronte a un vero e proprio libretto confezionato con tanto di fotografie, cronache e commenti diretti degli utenti. Leggerlo è stato emozionante non solo per me, che ero responsabile del buon andamento dell’esperienza, ma per tutti quelli che vi avevano partecipato a vario titolo: Alessandra Baggioli, che condivide con me l’insegnamento dei corsi a Milano ed era entrata nel progetto insegnando alcuni dei livelli di studio. Genny Andreola, che da diplomata dell’Ohashiatsu®, aveva accolto la mia proposta di diventare COC, assistente qualificata di Ohashiatsu®, per seguire da vicino il gruppo. Franco Martufi, che mi assisteva in quel corso di I Avanzato proponendo le esercitazioni di movimento al mattino per prepararsi alla lezione. Fino ad Ohashi stesso, che ebbe modo di vedere il libro durante il seminario di Milano e rimase così colpito da scrivere subito, di getto, la prefazione che gli avevo chiesto per questo nostro lavoro collettivo. Per non parlare di Lilia Andreola, che, di poche parole e molti fatti, come sempre, raccolse immediatamente la mia vaga proposta di farne un libro vero, col contributo di vari partecipanti e passò immediatamente all’azione, con prospetti, preventivi, contatti, appuntamenti. Ed eccoci qui, finalmente, a rendere conto di quanto fatto non tanto, o non soltanto, perché ne siamo felici e orgogliosi, ma soprattutto perché se l’esperienza ha prodotto qualche buon risultato, se non altro in noi che l’abbiamo vissuta, allora vale la pena di proporla in generale, di allargare i confini ed estenderla ad altre situazioni. Se son rose…

NB: il libro è in via di esaurimento: ne restano alcune copie che possiamo spedire su richiesta; oppure è archiviato su file pdf e word: chi e’ interessato a ricevere il cd puo’ contattarci per gli accordi.

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