LO SPIRITO COMPASSIONEVOLE
Presenza e responsabilità nelle discipline del benessere
Nella relazione con la persona, la compassione non è solo una qualità del cuore: è anche una competenza da coltivare.
Chi lavora nelle discipline di benessere lo sa: a volte basta sentirsi davvero ascoltati perché qualcosa, dentro una persona, inizi a sciogliersi.
Una parola detta nel momento giusto.
Una presenza calma.
Due mani appoggiate con attenzione.
E improvvisamente ciò che era rimasto trattenuto per anni trova la strada per emergere.
È qui che entra in gioco una dimensione tanto preziosa quanto delicata: lo spirito compassionevole.
Compassione: che cosa significa davvero
La parola compassione deriva dal latino cum patior: soffrire con. Non indica soltanto provare dispiacere per qualcuno, ma la capacità di restare presenti davanti alla sofferenza di un’altra persona senza allontanarsi e senza chiudere il cuore. Molte tradizioni spirituali e filosofiche hanno riconosciuto il valore di questa qualità. Nel buddhismo la compassione, karuṇā, è una delle qualità fondamentali della mente risvegliata. Il Dalai Lama lo esprime con parole semplici:
“Se vuoi che gli altri siano felici, pratica la compassione.
Se vuoi essere felice tu stesso, pratica la compassione.”
Anche la psicologia umanistica ha sottolineato l’importanza dell’ascolto profondo nella relazione di aiuto. Carl Rogers scriveva:
“Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare.”
Quando una persona si sente accolta senza giudizio, può permettersi di contattare emozioni e vissuti rimasti a lungo trattenuti.
Quando la presenza apre qualcosa
A volte questo accade anche quando meno ce lo aspettiamo.
Ricordo un episodio accaduto con un allievo molto coscienzioso durante un primo ciclo di formazione.
Dopo il corso mi raccontò di aver provato a fare un trattamento a una conoscente. Non aveva fatto nulla di particolare: aveva semplicemente applicato con attenzione ciò che aveva imparato.
Ma quella persona, sentendosi accolta e ascoltata, scoppiò a piangere a lungo.
Per lei fu probabilmente un momento di liberazione.
Per lui, invece, l’esperienza fu destabilizzante.
Nei giorni successivi si sentì molto scosso. Quella situazione aveva risvegliato risonanze personali legate alla sua storia e per qualche tempo rimase emotivamente provato.
Parlammo a lungo di quell’episodio. Il suo percorso di formazione era appena iniziato e tra le tappe successive avrebbe seguito anche il corso di Tecniche di Processo, dedicato alla gestione dei rilasci emotivi.
L’importanza della formazione
Episodi come questo ricordano quanto sia importante che la formazione prepari non solo alla tecnica, ma anche alla gestione dei processi emotivi che possono emergere.
Questo episodio ricorda qualcosa di importante: il Jin Shin Do® può aprire vie insospettate.
Ma non è l’unica disciplina in cui questo può accadere.
Ho assistito a rilasci emotivi profondi anche durante trattamenti di Shiatsu, Zen-Stretching®, Reiki e altre pratiche corporee. Quando una persona si sente veramente ascoltata e rispettata, il corpo può permettersi di lasciare emergere ciò che per molto tempo è rimasto trattenuto.
Nel linguaggio comune la parola compassione può prestarsi a diversi equivoci. Può diventare pietà, commiserazione o senso di superiorità morale. Oppure può trasformarsi in un coinvolgimento emotivo eccessivo.
La compassione autentica non è nulla di tutto questo.
Non significa sentirsi più buoni o più giusti. E non significa farsi travolgere dalla sofferenza dell’altro. Significa piuttosto restare presenti senza perdere il proprio centro. In questo senso è utile distinguere tra empatia e compassione.
L’empatia è la capacità di sentire ciò che l’altro prova. La compassione aggiunge qualcosa di più: la possibilità di restare aperti e presenti senza essere sopraffatti dall’emozione.
Empatia e compassione: una distinzione fondamentale
Chi opera in questo ambito entra inevitabilmente in contatto con storie intense: dolore, traumi, perdite, malattia. Questo può generare risonanze emotive: ricordi personali, rabbia, senso di impotenza, tristezza.
A volte si può scivolare in una pietas indiscriminata che vede la persona solo attraverso la sua sofferenza. Altre volte può comparire un atteggiamento paternalistico, con l’idea implicita di sapere cosa sia meglio per l’altro.
Esiste anche un rischio più sottile: pensare di conoscere la verità della persona meglio di quanto lei stessa la conosca.
Nel Jin Shin Do® l’approccio è diverso.
La persona resta sempre l’autorità principale sulla propria esperienza.
La Fatica della compassione
Negli ultimi anni la psicologia ha iniziato a studiare un fenomeno chiamato “fatica della compassione”. Chi lavora a lungo a contatto con la sofferenza altrui può sviluppare una forma di usura emotiva: stanchezza profonda, senso di svuotamento, perdita di motivazione.
Per questo oggi si parla sempre più spesso anche di autocompassione: la capacità di prendersi cura di sé con la stessa gentilezza che si offre agli altri.
Per questo nei percorsi di formazione nelle discipline corporee non si studiano solo tecniche.
Nel Jin Shin Do® viene richiesto agli studenti di ricevere trattamenti professionali nella disciplina studiata il più possibile. Questo permette di conoscere l’esperienza del trattamento, comprendere meglio le reazioni del corpo e sviluppare sensibilità e stabilità nella relazione con la persona.
Non si tratta solo di imparare dove mettere le mani.
Si tratta di maturare presenza, rispetto e responsabilità.
Quando Iona Marsaa Teeguarden sviluppò il Jin Shin Do® Bodymind Acupressure®, il suo intento era proprio quello di unire lavoro energetico e ascolto profondo della persona. Nel suo approccio le tecniche sono strumenti, ma ciò che rende davvero trasformativo un trattamento è la qualità della presenza dell’operatore.
La tecnica può aprire una porta.
È la qualità della presenza che permette al processo di accadere.
Lo spirito compassionevole non è sentimentalismo né sacrificio di sé.
È una qualità che si coltiva nel tempo: attraverso la pratica personale, l’esperienza e una formazione che sviluppi non solo abilità tecniche ma anche presenza e responsabilità.
Nel lavoro corporeo a volte basta sentirsi davvero ascoltati perché qualcosa inizi a sciogliersi.
Per questo chi accompagna gli altri ha un compito delicato: restare vicino senza invadere, sostenere senza sostituirsi, essere presente senza perdere il proprio centro.
Forse è proprio questa presenza semplice e stabile che rende possibile il vero incontro.
Silvia Marchesa Rossi
Senior Teacher di Jin Shin Do®
