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Confrontarsi per cambiare - da Silvia

Silvia Marchesa Rossi e DBN
 
Confrontarsi per cambiare:
 
Probabilmente ci sono le condizioni affinché l’Ohashiatsu possa uscire dall’isolamento che ha un po’ caratterizzato la sua storia, almeno in Italia. Lo suggerisce un’esperienza vissuta al seminario nazionale APOS

La partecipazione al 27° seminario Nazionale APOS di aggiornamento/ valutazione è stata un’esperienza molto interessante e stimolante. Invitata a proporre e dimostrare alcuni principi basilari della pratica di Ohashiatsu, che insegno da quasi vent’anni, e accompagnata da alcuni collaboratori, insegnanti e assistenti del Programma Ohashiatsu intervenuti con grande curiosità verso l’occasione, mi ero proposta di partire da semplici esempi che spiegassero e facessero sentire da cosa partiamo nell’apprendere la tecnica corporea di Ohashi e a quali obiettivi vogliamo raggiungere nella formazione, come del resto ho spiegato in un precedente articolo pubblicato nel numero 3 di DBN Magazine.
Non avendo esperienze precedenti di simili confronti, pensavo di dedicare un tempo relativamente breve alle premesse (appoggio reciproco, non fare ma essere, dinamica dello schema incrociato, 5 principi dell’Ohashiatsu...) e diffondermi poi sulle caratteristiche generali del movimento e dell’appoggio, con dimostrazioni pratiche di trattamento nelle forme più complesse e articolate. In realtà il programma è cambiato camminfacendo, anche in seguito a richieste specifiche. Ai partecipanti interessava capire e sperimentare le basi, e non “stupire” davanti alle possibilità ed evoluzioni a due, che però rischiavano di indicare una meta senza il percorso per arrivarci. E così abbiamo ribadito e riprovato insieme le basi: libero poi, ognuno, di accettare le premesse e applicarle alla propria scuola di movimento.

PRATICARE LA TECNICA MIGLIORE
L’atmosfera: aria fresca, niente di stantio, spirito di confronto e collaborazione; non abbiamo percepito rivalità alle quali ci avevano abituato esperienze precedenti in altri organismi analoghi. Sincera aspettativa e curiosità verso di noi e quel che avremmo proposto, grande attenzione e rispetto.
Questo non significa appiattire i comportamenti e le tecniche, è stata vissuta sinceramente l’indicazione data all’inizio del seminario: nelle prove con valutazione ognuno è libero di applicare, se vuole, le
tecniche proposte dal relatore, oppure attenersi a quelle che conosce meglio perché fanno parte del suo bagaglio di formazione.
Questa non è cosa da poco: far parte di APOS non significa assistere e collaborare al tentativo di appiattire le diversità dei numerosi e vari stili presenti in nome della ricerca di un ‘riconoscimento’ che dagli organismi ufficiali potrebbe un giorno venire. Ognuno è se stesso con la propria storia e i propri accorgimenti per conseguire un fine comune: realizzare la propria migliore tecnica corporea per stare bene e consentire all’altro di avere a disposizione il massimo delle proprie risorse (di equilibrio, energia, efficacia).
Niente ‘scimmiottamento’ di altre professioni, pur utilissime e indispensabili. Non siamo ‘fisioterapisti di serie B’ o ‘sottomedici’ o ‘quasi agopuntori’ o ‘massaggiatori orientaleggianti. Sembra una cosa da poco, ma in questi oltre 20 anni di esperienza mi sono trovata spesso di fronte alla necessità di far capire e non lasciar confondere quello che facevamo e che eravamo noi, praticanti di Ohashiatsu, con altre pratiche e altre competenze di cui viene la tentazione di far mostra più spesso di quanto ci si augurerebbe.

APRIRSI AD ALTRE DBN
Delimitare il campo della nostra azione e della nostra competenza serve a fornire un servizio migliore a noi stessi mentre ci prepariamo, per non disperdere le nostre forze in decine di corsi e corsettini pur di far vedere (o meglio sapere per noi stessi) che ‘conosciamo tanto’, e un servizio migliore anche alle persone a cui lo proponiamo, alimentando le giuste aspettative e incoraggiando la loro partecipazione attiva e la loro comprensione.
Grazie a queste premesse che, a quanto ho capito, sono insite nella filosofia fondante di APOS, non è stato per noi difficile riconoscere che probabilmente è tempo, e ci sono le condizioni, di uscire dall’isolamento che ha un po’ caratterizzato la storiadell’Ohashiatsu, almeno in Italia. Ognuno di noi Istruttori ha una storia di formazione composita, fatta di esperienze di confronto, ma è vero che poco per volta abbiamo finito per privilegiare il consolidamento delle peculiarità della pratica insegnata (sulla quale, del resto, lo stesso Ohashi mantiene un costante occhio vigile), a parziale svantaggio dell’apertura e del confronto con altre interpretazioni e altre discipline bionaturali. Niente di male, o di definitivo, e probabilmente ci sono anche buone motivazioni legate alle relazioni interscolastiche o associative. Fin da ora, in ogni caso, ci domandiamo se alcuni aspetti potrebbero costituire, nel confronto, un momento di stallo, o comunque un punto da chiarire, come per esempio il concetto di ‘pressione’. Il primo principio dell’Ohashiatsu recita: “Sii presente, non premere”, mentre la qualità della pressione è uno dei punti qualificanti nella valutazione che i partecipanti al convegno si attribuiscono l’un l’altro.

L’EQUILIBRIO ENERGETICO
Come ho avuto modo di spiegare nel corso del convegno, il principio apparentemente contraddittorio stabilito da Ohashi, che non intende negare la pressione, ma piuttosto farla diventare l’effetto naturale di una postura accuratamente studiata perché il praticante non eserciti una
pressione muscolare sul ricevente, utilizzando a proprio vantaggio, e quindi senza sforzo, quasi in maniera passiva, la forza di gravità e il movimento a due.
Un altro possibile punto da chiarire è cosa si intende per quella che Ohashi chiama “Diagnosi Orientale” (oggetto di un suo libro e del prossimo corso di Ohashi a Torino): non a caso il sottotitolo è “Come leggere il corpo”, il che rimanda quindi all’interpretazione dell’equilibrio energetico secondo la tradizione giapponese, e non a forme di individuazione e analisi di tipo medico.
Ma forse è proprio arrivato il tempo di cambiare, di aprirsi e confrontarsi, soprattutto in situazioni nelle quali si respira un grande rispetto per la storia e il percorso di ricerca di ognuno, scuola o individuo.
E così, per esempio, sono stata molto contenta di poter presentare, in un ambito di ‘preparazione e riscaldamento”’anche altri miei contributi personali, frutto della mia ricerca, come la meditazione multimediale ‘Ki sei’, che ho appena pubblicato, e la pratica dello Zen- Stretching, una forma di esercitazione con autodiagnosi e riequilibrio derivata dagli esercizi di Masunaga, che ho ideato e insegno fin dalla mia formazione. Ho sentito una partecipazione attenta e aperta e, quel che più conta, è rimasta, a me e ai miei collaboratori, la voglia di saperne di più e di continuare il confronto.

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Pubblicato il 26/09/2012 @ 11:00  - no commenti no commenti - Guarda? Aggiungi i tuo? Anteprima di stampa Stampa l'articolo 

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